71. Le cause del successo calvinista.

   Da: G. Ritter, La formazione dell'Europa moderna, Laterza,
Bari, 1964

 Mentre la Riforma protestante, con  l'arrendersi dei luterani ai
destini e ai voleri dei prncipi, sembrava affievolirsi e perdere
mordente davanti alla reazione della Chiesa cattolica, le capacit
culturali, l'attivismo e la dottrina di un altro grande
riformatore, il francese Giovanni Calvino,  ridon vigore, come
spiega in questo brano lo storico  tedesco Gerhard Ritter,
all'intero movimento riformatore.


   Irrigiditosi il luteranesimo in una serie di Chiese regionali
sottoposte alle autorit politiche e confinate nell'ambito dei
piccoli Stati tedeschi e nelle rigide clausole della pace
religiosa di Augusta, il primitivo slancio del movimento luterano
rest definitivamente paralizzato. I suoi ulteriori progressi
dipesero molto pi dalle casuali combinazioni politiche delle
varie dinastie che da esso stesso. Se i poteri pubblici seguivano
una linea politica sfavorevole alla religione, il vero luterano
non poteva far altro che rassegnarsi, ubbidire, pregare. Per una
propaganda in qualche modo organica anzi anche per una
organizzazione stabile delle comunit mancava ogni presupposto.
Predicazione e amministrazione dei sacramenti: in questo si
esauriva ufficialmente l'attivit della Chiesa e dei pastori, che
predicavano ai fedeli, ma lasciavano poi in sostanza a loro
d'applicare in pratica la vera dottrina, o meglio lasciavano al
principe di vigilare sulle convinzioni cristiane della
popolazione. Si aggiunga che il luteranesimo, subito dopo la morte
del riformatore si era scisso in mille correnti diverse, rivali
irriducibili l'una dell'altra, e si capir come tale ortodossia
luterana non fosse in grado di dare impulso al movimento
riformatorio in conflitti di grande portata storica, anzi neanche
di assicurarne l'esistenza, non appena la Chiesa cattolica si
fosse ripresa dalla sua decadenza interna e si fosse preparata
alla battaglia suprema, mobilitando nuove forze morali e
soprattutto politiche; il che invece precisamente avvenne verso la
met del secolo. La causa della Riforma sarebbe stata perduta se
non avesse trovato in Europa un nuovo poderoso centro
d'irradiazione di energie spirituali e politiche. Mentre in
Germania la Riforma, trasferita sul piano politico, perdeva il
mordente, a Ginevra, per opera di Giovanni Calvino, si mise sul
migliore cammino per diventare un fattore storico d'importanza
determinante.
   Il riformatore ginevrino aveva sia per indole che per
formazione, ben pi di Lutero, figlio di contadini della Turingia,
la stoffa per imporsi agli uomini di governo e trionfare degli
ostacoli organizzativi della vita pratica. Calvino non si era
formato nella solitudine di una cella monastica, ma nei centri
della civilt cittadina e della pi raffinata cultura umanistica
di Francia. Nato nel 1509 da un procuratore della curia vescovile
di Noyon, molto navigato ed esperto, Calvino fu educato insieme ai
giovani aristocratici della citt. Pi tardi, gi provvisto di
benefici ecclesiastici, segu gli studi filosofici nei famosi
collegi dell'universit di Parigi, dove dominava lo spirito del
nuovo umanesimo cristiano. Come Zwingli [Huldrych Zwingli,
riformatore svizzero, 1484-1531], il giovane Calvino non ebbe una
vera e propria formazione teologico-scolastica. Prima d'iniziarla,
era entrato, per desiderio del padre, nella carriera giuridica,
aveva studiato a Orlans e a Bourges, e ottenne la licenza in
diritto. Ma al medesimo tempo aveva approfondito la sua cultura
umanistica con vaste letture e aveva studiato fra l'altro anche la
lingua greca. Morto nel 1531 il padre, Calvino ebbe, con
l'indipendenza economica, la possibilit di dedicarsi ai suoi
studi umanistici e all'attivit di scrittore. Esord con un
commento a Seneca, scritto a Parigi, che ci rivela le brillanti
qualit stilistiche e la molteplice conoscenza dell'antichit di
cui era gi in possesso a ventitr anni. Davanti a lui, precoce,
intelligentissimo, abile, sembrava schiudersi una brillante
carriera negli ambienti pi colti e letterati della capitale
francese. Ma un bel momento una conversione istantanea (cos
egli la chiama) lo strapp a tutti i progetti che aveva fatto per
il suo avvenire.
   Quando precisamente e per qual motivo concreto questa sia
avvenuta  questione molto discussa, alla quale non  possibile
dare una risposta sicura perch Calvino, con la riservatezza e
signorilit che gli son proprie, ha avuto cura di nascondere agli
occhi degli estranei la storia del suo svolgimento interiore. E'
molto probabile per che la svolta decisiva sia avvenuta gi prima
del 1533 (la redazione della sua massima opera teologica 
posteriore di appena due anni), e di certo essa fu il frutto non
dell'ebbrezza di un'ispirazione momentanea, ma di una profonda e
sistematica meditazione dei vari problemi, durata anni, e di
un'accurata disamina degli scritti dei riformatori, molto letti
allora negli ambienti di tendenza erasmiana [di Erasmo da
Rotterdam, 1466 o 1469-1536, portavoce della corrente di riforma
cattolica tollerante] che egli frequentava. Uomo di studio dotato
da giovane di un temperamento assai delicato, anzi timido, e di un
innato rispetto dell'ordine, si pu essere certi che non gli fu
facile passare dalla parte dei rivoluzionari tedeschi. Ma si pu
esser certi anche che una volta convintosi della nefandezza del
culto cattolico, il cambiamento che avvenne in lui fu durevole e
decisivo. [...].
   Calvino ha sviluppato fino alle estreme conseguenze e con
inflessibile coerenza l'idea dell'onnipotenza di Dio e della sua
attivit in ogni luogo. La dottrina della predestinazione, che si
trova in embrione gi in Lutero e in [Martin] Butzer [riformatore
tedesco vissuto dal 1491 al 1551], viene sviluppata da Calvino dal
1539 in poi molto pi esaurientemente, e i suoi successori la
mettono addirittura al centro della teologia dogmatica. Dio pu
sovranamente stabilire con suo atto inappellabile la salute o la
perdizione degli uomini. Il dannato  dannato ab aeterno n ha
ragione di dolersene pi che una bestia abbia a dolersi di non
esser nato uomo. La sua responsabilit non  affatto diminuita per
il fatto che  dannato. Calvino non ammette contraddizione fra
onnipotenza di Dio e responsabilit umana. Dio non agisce per
cieco arbitrio, ma manifesta la sua gloria in uguale misura
condannando severamente il reprobo e usando misericordia
all'eletto. Bench gli uomini non possano conoscere i motivi del
suo agire, a loro non  lecito dubitare che questi ubbidiscano ad
una nascosta suprema giustizia. Proprio per questo la dottrina
della doppia predestinazione agisce non come remora, ma come
potentissimo stimolo all'attivit morale. Per la stessa natura
della pre-elezione, il giusto deve tendere con ogni energia alla
santificazione della propria vita, e accrescere con ogni sua
azione la gloria di Dio suo sovrano. Nella fede e nella
santificazione della vita, che da essa procede, il prescelto si
rende certo con timore e tremore della sua salute eterna (concetto
che nel tardo calvinismo ripristin in certo modo quello di
meritoriet delle opere), non per attraverso gli esercizi di
penitenza prescritti dalla Chiesa, ma applicandosi intensamente al
compimento dei doveri della vita quotidiana. Per far questo, non
basta, come per Lutero, compiere tutto ci che capita a mano con
vero sentimento cristiano, ma occorre riformare il mondo a maggior
gloria di Dio. Tutta questa attivit non soffoca mai la coscienza
che ogni opera umana  sempre frammentaria e che la perfezione
morale  irraggiungibile sulla terra. Perci Calvino, a differenza
degli esaltati, non conosce alcuna comunit di santi e perfetti,
che si possano chiaramente separare dalla massa dei cristiani
apparenti. Sempre resta viva una seria e genuina contrizione e con
essa lo stimolo ad aumentare la moralit delle proprie azioni. Ma
a questa contrizione d le ali l'orgoglio che vi si associa di
essere al servizio del supremo Signore, di appartenere al regno di
Cristo e di portare la sua bandiera contro i suoi avversari.
   L'etica calvinistica ha l'impronta della milizia, il Dio di
Calvino ha molto pi il carattere del sovrano che quello del padre
buono e amoroso. Non si deve per esagerare. Anche il Dio di
Calvino  il Dio del Nuovo Testamento, il Dio di Lutero, che
accoglie clemente il peccatore senza alcun suo merito e virt.
Solo alcuni tardi seguaci di Calvino, soprattutto i puritani
scozzesi e inglesi, ne hanno fatto un Dio terribile al modo
dell'Antico Testamento. Ma  pur vero che per Calvino la grazia
giustificante non  tanto consolazione della coscienza in pena
quanto obbligo morale, la Bibbia non tanto buona novella quanto
codice di leggi, l'amore fraterno non tanto forza lieta e serena,
dispensiera di gioia, quanto piuttosto abnegazione. Davanti alla
gloria di Dio impallidiscono le stelle, davanti alla sua forza
crollano i monti, davanti alla sua ira trema la terra, davanti
alla sua purezza tutto  impuro, neanche gli angeli possono
sopportare la sua giustizia. Essere al servizio di questo
Signore, vuol dire tenere le proprie forze in continua tensione.
Calvino non  mai lieto e spassionato. Fra tutti i riformatori, 
il pi colto e raffinato, ma n la natura, n l'arte, n la
scienza sono state mai per lui pure fonti di gaudio. Con una
unilateralit grandiosa vede nel mondo un campo di battaglia, sul
quale occorre condurre alla vittoria le schiere del Dio degli
eserciti. Costringere l'umanit entro un ordine derivato dalla
legge biblica,  la missione che egli si attribuisce come profeta.
   La Institutio christiana frutt al ventisettenne Calvino una
fama improvvisa. Il libro fu a poco a poco tradotto in molte
lingue e dest l'interesse degli uomini colti di tutta l'Europa,
ma non avrebbe mai ottenuto un tale successo se l'autore non
avesse saputo dare alla sua teoria attuazione pratica immediata.
L'universalit della sua azione fu avvantaggiata dal fatto che
egli, a differenza di Zwingli, non si era trovato prigioniero del
chiuso ordinamento di una citt-Stato, ma esule e vagabondo dalla
patria, si era creato per caso - o per disegno di Dio - un campo
di azione proprio e durevole. Il suo amico [Guillaume] Farel,
campione del protestantesimo bernese, nel 1536 lo aveva trattenuto
a Ginevra mentre egli, proveniente dalla corte della duchessa di
Ferrara, pass da questa citt per recarsi in Germania, e lo
convinse, minacciandolo del castigo divino, ad aiutarlo a
riformare la Chiesa ginevrina. Calvino ubbid a malincuore e avvi
la riforma a Ginevra, dapprima come semplice lettore nella Chiesa
di S. Pietro, poi come pastore e di l a poco come capo del clero
riformato della citt. Straniero e in certo senso fuori della
storia, senza alcun legame con le tradizioni locali, egli innalz
l'edificio della nuova Chiesa su fondamenta proprie e sulla forza
della spirito che in esso viveva; esso perci senza troppo sforzo
si pot estendere anche a comunit viventi in altre condizioni
politiche. Per Calvino Ginevra non divenne mai la patria. Egli si
consider sempre francese e profugo. Ginevra per lui era solo la
piazza d'armi sulla quale egli schierava i pi fidati combattenti
di Dio che vi si raccoglievano da ogni canto, il punto di partenza
per la fondazione di nuove Chiese al di l di ogni confine. Sia la
citt che il riformatore si sopportavano reciprocamente a fatica:
Calvino poco amava la cittadinanza, mosaico di mille nazionalit,
ma in fondo gretta e meschina, con le sue cricche che la tenevano
invischiata in lotte continue; e il vecchio patriziato ginevrino,
a cui poco piacevano l'apostolo inflessibile e il suo dispotismo
religioso, presto fonte di spavento, l'odiava, come odiava il suo
sempre maggiore seguito di emigranti francesi. Difficile 
immaginarsi quello che egli deve aver penato per affermarsi in
questo ambiente, tenersi a galla nonostante le mille calunnie e le
accanite inimicizie, vincere la propria inclinazione alla vita
tranquilla e contemplativa, la debolezza di un corpo cagionevole e
presto malato, la crescente irritabilit dei nervi e di un animo
per natura depressivo e orgoglioso, fino a riportare la vittoria
su tutti gli avversari. La personalit di questo ometto
malaticcio, pallido in viso come tutti gli uomini di studio e
dagli occhi penetranti, deve avere affascinato i contemporanei,
come pi tardi li affasciner Ignazio di Loyola [1491-1556, di
origine basca, fondatore della Compagnia di Ges, i gesuiti].
Dovunque comparisse chi lo avvicinava diveniva subito suo seguace.
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